Non si sfugge comunque alla giustizia. Figuriamoci alla società
Ma chi ha detto che la Giustizia italiana sia poi così ingiusta? Chi ha detto che sia una sentina di bassi interessi economico-finanziari, di ambizioni smodate, di esibizionismi, intrallazzi, inciuci e spioni? Dai politici partono molte accuse, quasi solo accuse; tranne che nelle grandi occasioni istituzionali, raramente un riconoscimento, un atto di fiducia, un'offerta di collaborazione. A forza di sparlarne, volontariamente o involontariamente si è ottenuto il risultato di coinvolgere una quota di cittadini, meno riflessivi e più emozionabili, in opinioni e giudizi negativi sull'operato della Magistratura in genere, ovvero di tutti i magistrati, senza distinzioni. È andata così formandosi l'immagine di uno dei tre poteri fondamentali dello Stato diviso, partigiano, fazioso, quindi illegittimo.
È vera o non è vera questa rappresentazione, ovvero questa situazione? È questa l'opinone della vera «massa», quella formata dal cosiddetto e disinteressato uomo della strada? È vero che i magistrati costituiscono una categoria di mafiosi, membri di sette segrete, ambiziosi, spinti solo da interessi di parte o di partito? È faticoso smentire queste opinioni, negare, precisare, ridimensionare: da come viene descritta oggi la Magistratura, da come viene anche talvolta usata e strumentalizzata da fazioni politiche, il cittadino meno avveduto non può che trarre una conclusione: che non siamo più nell'Italia culla del diritto, ma in un mondo kafkiano; che siamo sottoposti tutti all'arbitrio di un grande fratello, ovviamente un sostituto procuratore della Repubblica che ci osserva, ci spia, ci segue, ci controlla, sa tutto di noi, anche i particolari più insignificanti, ed è pronto ad usarli per accusarci, condannarci, rovinarci. E a far carriera sulle nostre disgrazie.
Fortunamente la verità è un'altra. Nonostante le accuse ad essa rivolte da persone e gruppi ovviamente interessati, proprio per questo ed anche per questo la Magistratura oggi più che mai costituisce un baluardo a difesa della legalità, a tutela del cittadino singolo e quindi della gente semplice, comune. Guai se non procedesse contro chi viola le leggi, guai se si lasciasse intimorire, comprare, sottomettere. Il Paese cadrebbe nell'anarchia e, immediatamente dopo, nel caos e nella dittatura.
Senza entrare nei comportamenti e nelle vicende giudiziarie dei massimi esponenti politici, sarebbe proprio il caso di adottare lo slogan «Meno male che la giustizia c'è». Ecco, proprio meno male che c'è. Lo dimostra la lettura dei giornali che quotidianamente riportano le cronache del male, ossia ingiustizie, soprusi, delitti, violenze compiute con fredda determinazione e inaudita ferocia ovunque, in qualunque luogo d'Italia, nel Sud come nel Nord, in qualunque ambito lavorativo o ricreativo, in qualunque classe e categoria sociale, economica, professionale.
Sono talmente numerose ed efferate le violenze che la massa è costretta a subire ogni giorno, senza alcuna possibilità di sfuggirvi o di difendersi, che spesso si attribuisce ai giornali, che le riportano, la colpa e la responsabilità della loro proliferazione. Sono costretto, per esperienza personale, ad ammetterlo ma solo parzialmente, solo relativamente alla pubblicazione eccessiva, superflua, ripetuta con compiacimento dei fatti di cronaca nera, con particolari raccapriccianti e con descrizioni minuziose di tecniche, strumenti e modalità usate per commettere i delitti. E questo, se un tempo era compiuto per vendere più giornali, per battere la concorrenza, oggi avviene anche per colpire e per demolire gli avversari politici.
Ho sempre sostenuto la necessità di pubblicare tutte le notizie ponendole nel giusto rilievo, munite di nomi e cognomi degli autori dei reati, anche e soprattutto perché la società deve sapere, conoscere, difendersi da chi delinque. Invece assistiamo a un comportamento assurdo della stampa: quello di tacere il nome dei responsabili di misfatti, sorpresi anche in flagrante reato dalle forze dell'ordine; oppure di pubblicare solo le iniziali dei loro nomi e cognomi. Si dedicano pagine a descrizioni di atrocità compiute da assassini, stupratori, ladri; si inganna il lettore che crede di comprare e pagare il giornale per sapere, per essere informato; si stimolano invece i suoi più bassi istinti con racconti dettagliati di azioni abbominevoli, per poi non dirgli nulla di utile per difendere se stesso, la propria famiglia e i propri figli, e per creare un deterrente per altri individui e per ulteriori misfatti.
Se questa è la situazione, anziché da giornalisti le redazioni di cronaca nera e giudiziaria potrebbero essere composte da «giallisti», cioè da scrittori di gialli e di thrilling; i giornali avrebbero un successo commerciale ancora maggiore e il lettore neppure lo saprebbe, dal momento che non fanno nomi, cognomi e indirizzi, come una volta giustamente si usava. Un giorno a Roma una ragazza rischiò una rapina e uno stupro; con la propria auto riuscì a condurre il malintenzionato, anziché al proprio bancomat per prelevare denari, a un Comando di polizia e a farlo arrestare, dato che era una vigilessa in borghese; ebbene i giornali, anziché quello del rapinatore-stupratore, pubblicarono il nome di lei, creandole rischi di rappresaglie.
Tutto questo è merito, anzi demerito, della legge sulla privacy, che serve a tutto e soprattutto ai delinquenti, anche a fare ricatti, anziché allo scopo «ufficiale» per il quale fu varata. Ricordiamo l'on. Daniela Santanché, attualmente sottosegretario di Stato, che, a proposito della proposta del Governo di abolire le intercettazioni telefoniche compiute dai giudici, si espresse a favore della privacy addirittura dei mafiosi a filiale colloquio con le loro mammine.
Non ho deliberatamente parlato del disegno di legge sulle intercettazioni che, simile alla legge sulla privacy, interessa soltanto chi desidera teneri lontani i timpani dei procuratori dai propri affari di soldi, ma anche di sesso e di cuore, ossia i politici. A proposito dei quali ha sempre prevalso un principio generale: avendo scelto volontariamente la loro professione con tutti i benefici ad essa connessi, debbono rendere conto a tutti e di tutto, anche dei fatti di sesso e di cuore. Benito Mussolini riuscì ad imporre la censura ai giornali. Ma che cosa sapeva e raccontava di lui la gente? Tutto. E quanto poteva durare quel sistema? Poco. Perché chi vive nella società non potrà mai sfuggire alla società.